" We are such staff ...

 Nell’ Atto 4, Scena 1, del “La Tempesta”, sua penultima opera teatrale, William Shakespeare fa dire a Prospero:

“ Our revels now are ended. These our actors, as I foretold you, were all spirits and are melted into air, into thin air: and, like the baseless fabric of this vision, the cloud-capp'd towers, the gorgeous palaces, the solemn temples, the great globe itself, yea, all which it inherit, shall dissolve and, like this insubstantial pageant faded, leave not a rack behind.
“ We are such stuff as dreams are made on, and our little life is rounded with a sleep. “

 E cioè: “Ora i nostri giochi sono terminati. Questi nostri attori, come vi ho detto, erano tutti spiriti e sono svaniti nell’ aria, nella sottile aria: e,  come gli edifici senza base di questa visione, le torri incoronate dalle nubi, i magnifici palazzi, i solenni templi,  l’ intero globo stesso, si,  e tutto ciò che entro di se contiene, svanirà  e, come questo insostanziale scolorito spettacolo, non lascerà dietro nemmeno una rastrelliera.  Noi siamo della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni, e la nostra piccola vita è circondata da un sonno”.
  Shakespeare quindi  genialmente intuisce che noi e l’ intero globo siamo destinati a svanire,  lasciandoci dietro nemmeno una rastrelliera ( “rack”, anche sinonimo di “quadro”, "cappelliera", o altro aggeggio atto a contenere o a ricordare cose); che inoltre noi siamo un tutt’uno con i nostri sogni, e che la nostra piccola vita, nelle alterne sue fasi di sonno e veglia, è tutta circondata da un sonno, da quando ne esce nel suo primo esistenziale istante a quando in esso alla fine rientra,  in modo definitivo.
Per Shakespeaere realtà e sogno, e anche la vita ed il  teatro, sono un tutt'uno: la vita è un teatro, ed il teatro è vita.

 Ho cercato di tradurre il monologo di Prospero restando il più possibile  aderente al particolare stile del testo originale, che, all’ interno di una stessa frase, passa da immagini aeree ( spirits, air, thin air, baseless fabric, cloud-capp’d towers) a immagini  corpose e quotidiane (“a rack”, una rastrelliera): uno stile a tratti forse anche un poco ruvido, ma inconfondibile, potentemente espressivo, unico.
Inoltre, a questo punto, per comprendere meglio il significato del monologo,  è doveroso un cenno alla trama, in particolare alla magica rappresentazione  illusoria,  che Prospero mette su con l’ aiuto di Ariel (simbolo dell’ intelligenza e della fantasia) in onore della figlia Miranda e di Ferdinando, suo promesso sposo. 
  Centrale  è la figura di Prospero, Duca di Milano, che rappresenta nel dramma la Temperanza.
Uomo di grande cultura ed ingegno (pare che Shakespeare tenesse presente Leonardo, che stava a Milano nello stesso periodo del concepimento del dramma), profondissimo studioso, conoscitore delle arti magiche, è tradito dal fratello Antonio con la complicità di Alonzo, re di Napoli, ed è esiliato assieme alla figlia Miranda su una sperduta ed imprecisata isola del Mediterraneo. Quando però Antonio, Alonzo, ed il figlio Ferdinando - di ritorno da un viaggio a Cartagine - si trovano a passare con la loro nave a poca distanza dall’  isola, allora Prospero induce, con le sue arti magiche, a far credere loro, e a tutto l' equipaggio della nave, di essere naufragati sull' isola a causa di una terrificante ma inesistente tempesta.
Ferdinando, naufrago isolato dal gruppo, vagando disperato, incontra Miranda ( e tutto è ordito da Prospero nelle loro menti, perché  in realtà essi stanno sulla loro nave immersi in un profondo sonno), e se ne innamora a prima vista. Prospero prende atto di ciò, si fa promettere da Ferdinando che essi saranno temperanti fino al giorno delle nozze ( ... if thou dost break her virgin-knot before ... ), li intrattiene con quella  suddetta rappresentazione, e nel frattempo  prepara il suo progetto, che è quello di riconciliarsi con il fratello Antonio per il bene della figlia Miranda. Quindi, Prospero perdona Antonio, per il bene di tutti, e rinnega alla fine le arti magiche, che possono essere utilizzate eccezionalmente solo a fin di bene.
  Il presente articolo nella sua essenzialità,  termina ovviamente  a questo punto. Anzi, per maggiore precisione, consiglio a tutti – ed in particolare ad Ale, il mio nipote più grande (... per "le polle" Giorgia e Giulia è ancora presto! ) - di rileggere più e più volte il monologo di Prospero che ho  riportato all’ inizio. Meglio ancora: consiglio vivamente di leggere tutta “La Tempesta”; ne vale certamente la pena!

Riflessioni e Commento.

 Quando – tantissimi anni fa! – frequentavo il liceo classico, c’era un prof che, alla fine di un brano di lettura interessante, era solito chiederci che cosa ne pensassimo. Oggi quel prof non c’è più, ma mi è rimasta quell’ abitudine, e quelle che seguono sono considerazioni assolutamente personali, nate appunto dalla lettura del celebre monologo. Mi sono anzitutto  chiesto quale potesse essere, alla luce delle attuali conoscenze scientifiche, il rapporto tra noi e “the great globe itself”, e quindi, in seconda istanza, tra il cervello umano e l’ Universo; e ancora,  quanto importante fossero per Shakespeare i sogni, e la loro influenza sulla nostra vita. Infine, mi sono chiesto quale esempio illustre ci fosse nella nostra letteratura che avesse appunto per tema il destino dell' uomo e dell' Universo che lo circonda.

   Cervello dell' uomo e Universo a confronto: l’ oggetto più complesso, e relativamente piccolo, il primo; estremamente vasto ma  strutturalmente semplice  il secondo.
  Sappiamo più cose dell’ Universo che del cervello umano.
 Dell’ Universo sappiamo parecchio della sua struttura, ma molto meno del suo destino. La moderna cosmologia è costellata da ipotesi per la maggior parte derivanti dalla Teoria della Relatività di Einstein. Ma le moderne conoscenze sul cervello umano e su ciò che lo circonda non sono rappresentative di  un linguaggio universale, comprensibile cioè a tutti.

    In definitiva, mentre il destino dell’ Uomo e del suo Universo può alla fine risultare  comprensibile solo a persone dotate di notevole cultura scientifica e  disposte  a spendere molto del loro tempo sull’ argomento, invece lo stesso problema – potenza della Poesia! -  è capito immediatamente da tutti quelli che hanno la fortuna di leggere ” … the great globe itself, yea, all which it inherit, shall dissolve …   we are such stuff as dreams are made on, and our little life is rounded with a sleep. “

    Relativamente al secondo punto,  è interessante il fatto che Shakespeare attribuisce ai Sogni una importanza non semplicemente grande o grandissima, ma addirittura “esistenziale”.  Infatti, afferma drasticamente, senza ombra di dubbio: “We are such staff as dreams are made on,… “,  e cioè  “Noi  siamo i nostri sogni … “

 E la Storia umana  è stata scritta, nel Bene e nel Male, sia dai Sogni di Francesco di Assisi che da quelli di Hitler; ed in tutti i campi, storico, artistico, letterario, o di qualsiasi altra natura,  il traguardo è stato fissato non solo dai Sogni dei grandi personaggi come Alessandro Magno, Giulio Cesare, Napoleone Bonaparte, e ancora Dante Alighieri, e Shakespeare, e Beethoven, e Mozart, ma anche dalla somma dei  piccoli Sogni dei comuni mortali, che potremmo definire “sogni collettivi”, 
Un sogno collettivo è come una marea, con i suoi flussi e riflussi; e solo  i personaggi che hanno saputo cogliere la marea al flusso, e cioè quelli che hanno saputo  interpretare esattamente un certo  Sogno Collettivo, sono andati al successo e alla gloria, ed invece alla rovina ed alla morte  quelli che  consciamente o incosciamente lo hanno contrastato, opponendosi invano al riflusso della distruttrice marea.

    Ed i nostri sogni, che rappresentano una parte importantissima di noi stessi, ci accompagnano per tutta la vita, mutando continuamente di contenuti , come in un gigantesco caleidoscopio, proiezione continua della nostra vita reale. E questi sogni sono sogni comuni, che nascono in quella zona generalizzata della mente posseduta dalla maggior parte degli esseri umani, così come ricevuta a seguito dell’ evoluzione genetica.  
 Un esempio illustre ce lo da lo stesso Shakespeare, con sogni di amore nell’ opera giovanile "Sogno di una notte di mezza estate", e invece nell' età matura con sogni di temperanza e di profonda fragile umanità in  “La Tempesta”, sua penultima opera (scritta tra il 1610 e il 1611).

 E veniamo al terzo ed ultimo dei punti di riflessione citati all' inizio di questo paragrafo.
Ricordo che un giorno quel mio prof di liceo, dopo averci letto " L' Infinito ", chiese proprio a me che cosa ne pensassi.  Si tenga presente che questo mio strano inaspettato riferimento al celebre idillio di Giacomo Leopardi non è casuale, ma è  sorto improvviso ora nella mia mente per una certa associazione di contenuti relativi al rapporto  citato, all' inizio di questo paragrafo, tra noi e “the great globe itself”, tra il cervello umano e l' Infinito (l' Universo).

 Allora, la stessa domanda io oggi rivolgo ai miei casuali lettori presenti e futuri, ed in particolare ai miei tre nipoti Ale, Giorgia e Giulia, da Ale affettuosamente chiamate “le polle”.
Così chiudo questo articolo riportando integralmente il celebre idillio, perché, a parer mio, anche se in modo diverso, la domanda che Shakespeare e  Leopardi, in epoche diverse e in nazioni diverse, si sono posti è la stessa: il destino dell’ uomo e di ciò che lo circonda. La mente del nostro Poeta ha un momento di  smarrimento e paura all' idea degli interminati spazi, dei sovrumani silenzi e della profondissima quiete dell' Infinito. Ma poi, immensa potenza della nostra umana fragilità,  sente  il fruscio del vento tra le piante, ed infinito e finito si mescolano. La mente del Poeta passa dalla paura ad una calma rassegnazione, e si abbandona dolcemente - vittoriosa, però,  nel confronto! - nell' immensità del mare dell' Infinito. La piccola complessa nostra mente riesce a capire e a  contenere gli interminati ma semplici spazi dell' Universo!

 L' INFINITO

 Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
 e questa siepe, che da tanta parte
 dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
 Ma sedendo e mirando, interminati
 spazi di là da quella, e sovrumani
 silenzi, e profondissima quïete
 io nel pensier mi fingo, ove per poco
 il cor non si spaura. E come il vento
 odo stormir tra queste piante, io quello
 infinito silenzio a questa voce
 vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
 e le morte stagioni, e la presente
 e viva, e il suon di lei. Così tra questa
 immensità s'annega il pensier mio:
 e il naufragar m'è dolce in questo mare.

    ( * NOTA ). Per avere una idea della complessità strutturale del cervello e dell' Universo, si leggano i seguenti articoli:
Cellula - Wikipedia
Neurone - Wikipedia
Cervello - Wikipedia
Di che cosa è fatto l'universo? - Focus.it
La composizione chimica dello spazio « MEDIA INAF
Immagini relative a Composizione materiale dell' Universo

p.s. ringrazio il mio amico, Max Speranza, laureando in Medicina,  con il quale ho avuto interesssanti conversazioni sulla natura del cervello umano.

 Zeferino


 

 

 

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Tags: We are such stuff,, veglia,, sonno,, mente umana,, cerello umano,, universo,, Giacomo Leopardi,, William Shakespeare,

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