Giosuè e Carmine

Giosuè e Carmine sono stati i miei migliori amici.
Carmine ci ha lasciato tanti anni fa, stroncato da un male incurabile.
Era un chimico industriale, come me . Lavorava a Bagnoli, agli altoforni, e quei gas maledetti se lo sono portato via.
Negli anni passati, tante volte ho tentato di parlarne su queste pagine, per ricordarlo a me stesso e a quanti  lo hanno conosciuto, senza mai riuscirci.

Ma è poco più di un un mese che è venuto a mancare,  in tarda età, anche Giosuè. Ed allora, ho pensato che nemmeno era giusto non lasciare nemmeno un briciolo di ricordo di due persone per me uniche. E lo faccio oggi, prima che sia troppo tardi anche per me.
Carmine l' ho conosciuto dopo Giosuè. Avevo da poco conseguito assieme a Giosuè il diploma di liceo classico all' Istituto Statale "G. Parini" di Cava dè Tirreni, quando dovemmo trasferirci   - tutta la famiglia -  a Battipaglia, a seguito della promozione di mio padre da capozona del Gruppo  Enel di Cava a dirigente del  Gruppo più importante ed esteso di Battipaglia. 
A Battipaglia incontrai Carmine, e però ho sempre continuato a frequentare Giosuè, che era rimasto a Cava dè Tirreni. Tutti e tre ci iscrivemmo alla Facoltà di Chimica Industriale al Federico II di Napoli; allora quello di  chimica era un buon  indirizzo, ricco di sbocchi promettenti, e Natta, con il suo polipropilene isotattico, era sulla bocca di molti di noi, così come poi lo è stato parecchi anni dopo Steve Jobs, il guru dell' informatica moderna.
Una scelta condizionata, quella per l' indirizzo chimico -  più dall' amicizia che ci legava che da reali attitudini personali ... ma non voglio parlare di questo, e nemmeno di tanti fatti che varrebbe la pena raccontare se io fossi bravo a descriverli in forma interessante ed organizzata  ... ma dovrei scrivere un libro, ed invece io voglio riportare quì semplicemente qualche ricordo che meglio mi faccia ricordare l' essenziale di ciascuno di essi.


Carmine era una persona molto sensibile e garbata, con un approccio alla reciproca conoscenza ed ai conseguenti rapporti personali veramente particolare.
Aveva una passione per la cultura americana, soprattutto cinema e musica. A Battipaglia frequentavamo "Il Circolo Universitario", e Carmine era il punto di riferimento per tante iniziative, dalle feste danzanti che organizzavamo a turno a casa di amici (ma anche il gran ballo nella Sala Comunale del Municipio, quando vennero da Cava da Salerno e dai Comuni vicini tante bellissime ragazze), a sfiziose sortite, ... come quando - si era allora  in pieno giugno -  nel bel mezzo dello studio di un complicato fenomeno chimico, mi propose di piantare tutto, e con il motorino fare un salto giù allo stabilimento balneare " Lago "  ... lo facemmo, un bagno stupendo, un mare azzurro e pulito, quella sabbia finissima, quella spiaggia ampia e a perdita d' occhio, con pochissimi bagnanti; al ritorno, passando con il motorino  per Ponte di Ferro, la Casina Rossa, e tutte le altre ville importanti, mi  raccontava delle famiglie bene di Battipaglia, ed un poco quindi anche la storia delle origini della sua città natia.
Fu Carmine che per primo mi parlò di due ragazze, Lucia e Maria, allora appena quindicenni,  che abitavano nei pressi del  ponte, all' ingresso di Battipaglia.
"Sai, Zef! Per una cosa seria, oggi una ragazza bisogna  crescersela  da piccola  ... !"
Lucia è diventata mia moglie. Maria era però già fidanzata a Gustavo, e a Carmine gli andò male.
Poi il lavoro ci ha diviso. Io ero chimico ricercatore al "Centro Sperimentale F. Marinotti" a Cesano Maderno (Mi); Carmine prima stava  a Taranto, dove conobbe la madre dei suoi figli,  e poi passò all' Italsider di Bagnoli.
Ricordo perfettamente il giorno  quando ci siamo rivisti  - anni dopo - giù Paestum.
Stava già male.
Avevo appuntamento con Carmine per le 11 del mattino alla mia villetta a Paestum, ma lui venne un poco prima, ed io tardai qualche quarto d' ora perchè allora ero fissato con il tennis, e non volevo rinunciare ad una partita di campionato sociale che si teneva sul campo di Nino Salati. E' una cosa - questa -  che poi non mi sono mai perdonato.
Stemmo tutta la giornata assieme. Fu subito chiaro, con una occhiata che ci scambiammo, che lui non mi avrebbe detto niente del suo male, ed io non gli chiesi niente. Percepii che  voleva solo passare una giornata il più possibile distratta, senza pensare al suo male.
Pranzammo. Poi rivedemmo un western cult, che ci piaceva molto, e durante la visione parlavamo a tratti - apparentemente con distacco, sia di fatti del momento, ma anche di cose fatte assieme da studenti, di tante cose, di tanti ricordi.
Ci fu solo un momento, sotto mezzogiorno,  in cui Carmine ebbe un attimo di debolezza. Mi aveva da poco dato dei consigli su come sistemare il verde della villa (cosa che io poi ho fatto ... le due siepi ai lati del cancello sono una sua idea). Stavamo seduti vicino ad un' aiuola accanto ai gradoni dell' ingresso di casa, e vidi che osservava attentamente l' andirivieni di un gruppo di formichine. Poi lo sentii dire - quasi rivolto a se stesso - qualcosa come: " queste formichine ... così piccole, ma hanno la loro vita, mentre io ..."  Subito però  si riprese, e cambiò discorso.
Voleva una giornata il più possibile "normale", ed io ci misi tutto il mio per assecondarlo.
Quando nel tardi pomeriggio mi disse di voler andar via, gli proposi di accompagnarlo lungo lo stradone, fino all' auto,  ma lui non volle.
Ci salutammo normalmente davanti al cancello, e poi si incamminò. E' stata l' ultima volta che l' ho visto.

Incontrai Giosuè alle Scuole Medie: lui irrruente, e con un vocione, io riservato e apparentemente taciturno; lui più robusto, occhi molto azzurri, capelli biondi che sfumavano nel rossiccio; io occhi scuri, più magro,  e insomma in generale diverso da lui. Ma fu subito amicizia.
Con il tempo, ebbi modo di vedere altre differenze tra me e lui.
Ad esempio, Giosuè ascoltava molto, e sapeva ascoltare; ero io quello tra noi due che parlava di più, mentre lui era più propenso all' ascolto,  ma ascoltava davvero,  partecipando alla discussione; e spesso capitava che lui prendesse il capo della discussione da me iniziata, e si infervorasse, e a volte anche  imprecasse quando qualcosa gli appariva ingiusto: insomma partecipava  con foga, con irruenza ... era il suo modo di essere!
Poi, mentre a me piaceva il mare, a Giosuè piaceva la montagna; ma  dirlo così, semplicemente, come dire a Tizio piace la pasta asciutta, equivarrebbe a fargli un gravissimo torto, perchè la montagna è stata in assoluto la passione più grande della sua vita.
Giosuè amava la montagna, l' aveva nel sangue, e lui stesso era vero e generoso e arioso e aperto come può esserlo la vista più generosa della più bella delle montagne. E Passiano, frazione di Cava dè Tirreni,  dove Giosuè era nato, ed aveva vissuto tutti gli anni prima che si sposasse, ubicata alle pendici del  Monte Sant' Angelo,  sarà stato il punto di partenza di tante escursioni fatte in compagnia prima dei familiari, poi di amici, ma anche, e spesso, da solo.
Anche io sono nato a Passiano, ma non ci sono vissuto, per i frequenti spostamenti della mia famiglia dovuti al tipo di lavoro di mio padre. Spostamenti che mi impedirono di poter avere delle amicizie stabili, e che invece, stando spesso solo, alimentarono in me una notevole propensione alla lettura, incentivata anche  da mio padre, un self made man, che aveva una spiccata vocazione alla lettura. I miei genitori ci tenevano molto per la cultura.  E avvenne così che, ad esempio, io leggessi più volte l' "Enciclopedia del ragazzo italiano",  regalatami da mio padre, leggevo sopratutto  i condensati di tutte le opere di Shakespeare (che ancora oggi mi piace moltissimo).
Dico queste cose per sottolineare il fatto che fu proprio questa differenza iniziale tra me e Giosuè a favorire la nascita della nostra grande amicizia, che si è poi andata cementando sui banchi di scuola, ma sopratutto "al di fuori"  della scuola, durante i nostri frequenti " filoni " ( termine caduto in disuso, per significare " assenze ingiustificate a scuola ") , e che naturalmente  avevano per meta le montagne di cui è circondata Cavà dè Tirreni, l' antica valle del nobile romano Quinto Cecilio Metello ( da cui il nome del Cinema Metelliano, sotto i portici al Centro, dove io e Giosuè abbiamo visto tanti film).
E così, sdraiati sull' erba, avendo innanzi agli occhi l' abitato di Cava visto dall' alto, simulavamo - per puro spirito libertario e anticonformistico e istrionesco - le varie vicissitudini dei "nostri poveri compagni" , sotto la sferza dei prof, improvvisando esilaranti colloqui tra prof e alunno, con tanto di annotazioni psico-tragicomiche, e simulando persino il suono della campanella, e l' alternarsi dei vari prof sull' uscio dell' aula. Ci accomunava - decisamente - un certo spirito assolutamente  anticonformistico per molti aspetti della vita.
E così, grazie ai nostri filoni,  conoscevamo a menadito tutte le montagne di Cava, anche anfratti con reperti ancora non rimossi della guerra ( ... e qualcuno ricorderà la mitica Mamma Lucia, che fece tanto all' epoca!) 
Ricordo che un mattino stavamo sul Castello, si era a gennaio, faceva un freddo cane, e per scaldarci raccogliemmo un pò di arbusti secchi e facemmo un bel falò ... solo che poi il vento appiccò il fuoco tutto intorno, e  noi  non  riuscivamo a spegnerlo!
"Giosuè, scappiamo ... !, e iniziai a correre giù per il sentiero che porta a San Lorenzo.
"Zeferino, sei pazzo? Di lì rischiamo un "paliatone" (ndr. percosse di non poco conto!) - Scendiamo per il lapillo!"
Il versante del monte prospiciente l' abitato di Cava era ancora tutto ricoperto delle eiezioni della passata  eruzione del Vesuvio, il cosiddetto lapillo. E fu così che, con un avvicendarsi di  accorti saltelli seguiti da scivolate sempre più estese di lapillo che franava sotto le nostre scarpe, letteralmente ci catapultammo nel giro di pochi minuti, gridando a squarciagola eccitati ed impauriti,  per centinaia di metri fino ai piedi del monte, con il rischio molto concreto di romperci l'osso del collo.
Con tali premesse, si potrebbe pensare che andassimo male a scuola ... E invece, no!  Con Enzo C. escogitammo uno stratagemma per tradurre alla grande i compiti scritti in classe di latino e di greco, importanti ai fini delle valutazioni trimestrali. In base al nostro mpiano strategico, il giorno del compito, a turno, uno di noi tre si assentava, ed aspettava - non visto - sotto i bagni del Liceo. Dei due di noi in classe, uno andava al bagno al mattino, buttando dalla finestra una copia della versione, che il terzo raccoglieva e faceva tradurre da un prete che abitava lì nelle vicinanze; poi  l' altro,  mezz' ora prima dello scadere del tempo assegnato, andava in bagno e ritirava la versione tradotta utilizzando un filo di spago lungo quanto bastava.
Ciò comportava un notevole tempismo e tatticismo, per cui poi perfezionammo la cosa facendoci tradurre -  con i nostri sudati risparmi, e ciò comprova il nostro amore per il latino ed il greco...! - tutto il libro, per cui, dopo il fatidico  " Traducete ...! " del prof. tutto si riduceva ad individuare in quale zona strategica del nostro corpo stava il rotolino che conteneva la traduzione della versione assegnata.  Oggi è tutto più semplice con i cellulari, ma noi ci trovavamo bene con la nostra trovata, per la cui completa realizzazione era stato necessario anche un comune sacrificio pecuniario, a testimonianza del nostro mecenatismo ed amore per la cultura  umanistica. 
Ma io avevo la passione per il mare ... E un giorno che proposi a Giosuè  di fare un filone ad Amalfi, dove io talvolta andavo di domenica con una bici da corsa che prendevo a noleggio dal biciclettaio Spirito, vicino alla Stazione Ferroviaria, feci l' incredibile scoperta che il mio amico non sapeva andare in bici. Ma la cosa ancora più incredibile fu che, forse punto sul vivo da un mio sfottò al riguardo, si applicò per qualche giorno, e appena riuscì a mantenere un poco di equilibrio, mi disse deciso: "Domani si fa filone. Fittiamo le bici da Spirito, ed andiamo ad Amalfi." Cercai di dissuaderlo, ma senza riuscirci. Allora mi feci giurare solennemente che mi avrebbe seguito per tutto il percorso strettamente a ruota, e per la verità a quei tempi non c' era lungo la  costiera amalfitana  tutto il traffico che c' è oggi. Pian piano arrivammo ad Amalfi, e subito acquistammo due supercolazioni che consumammo avidamente sul molo, con innanzi a noi un mare da favola, un profumo di scogli, e una leggera brezza marina che stemperava sia  l' incipiente moderata calura di un meraviglioso mese di maggio, e sia il calore dei nostri corpi impegnati in quel  notevole sforzo di alcune ore ( superare  Capo d' Orso da sempre richiede un certo impegno!).
Ma questo filone ebbe un seguito inaspettato ...! Per alcuni giorni mi meravigliai di non vedere Giosuè a scuola. Incuriosito, mi recai a casa sua, a Passiano, ad un venti minuti da casa mia. Lo trovai steso a letto, immobilizzato alle gambe dall' acido lattico formatosi nei muscoli per lo sforzo prolungato,  e non preceduto da un graduale allenamento.. Voleva ammazzarmi, per non averlo avvertito prima del poroblema dell' acido lattico ... ! La scampai perchè non potette alzarsi e rincorrermi ... !
Lui ne ebbe per più di una settimana, immobilizzato a letto,  ed io l' ho poi ricontattato solo quando i suoi familiari mi assicurarono che gli era passato il raptus di farmi fuori.

 Ricordo  sempre  - per chiudere, ma potrei andare avanti per pagine -  quella serata passata assieme tutti e tre alla pensione di Carmine, su al Vomero, tutti e tre studenti universitari iscritti a Chimica industriale, e che però in quel periodo eccezionalmente non stavamo assieme, ma in pensioni diverse (sono stato dei periodi con Giosuè, altri periodi con Carmine, e anche quello andrebbe raccontato). Quella sera - dicevo - andammo io e Giosuè alla pensione di Carmine al Vomero. A casa di Giosuè avevano ammazzato il maiale (i suoi erano piccoli ma agiati proprietari di un bel fondo terriero, con una  bella casa con ampio terrazzo ubicata all' inizio della strada che porta a San Martino, in quel di Passiano, e di cui spesso io sono stato felice ospite). E perciò avevamo deciso di fare una bella cenetta, dove il piatto forte erano le costolette di maiale arrostite, della cui preparazione Giosuè era un esperto.
Fu una cena veramente speciale, ma non solo per le cotolette arrostite ed il buon vino di Giosuè ... ma anche perchè  tutta la serata fu un momento magico: eravamo riuniti tutti e tre in modo rilassato, senza entropie e meccanismi complessi da dover studiare, ma assaporando, gustando, e vivendo in pieno la nostra bella comune amicizia. Quella sera fui il bersaglio dei loro sfottò, a cui fingevo di ribellarmi, ma augurandomi  invece in cuor mio  che rincarassero la dose,  in modo da poter replicare ai loro sfottò  con i miei ancora più pepati.  
Quella sera fu impresso indelebilmente nei nostri animi il marchio indelebile della nostra comune amicizia.

In definitiva, Giosuè è stato il mio punto di riferimento principale, la persona di  cui mi fidavo in assoluto.
A conferma di ciò un ultrimo ricordo: un giorno, a seguito di una sassaiuola (si usava anche questo ai miei tempi) amichevole tra amici, una pietra tagliente mi colpisce al labbro superiore, spaccandomi un dente. Per fortuna stavamo vicino ad una fontana pubblica, quella sotto i Cappucini, alla fine di quella breve ma ripida salita che porta a San Lorenzo, dove c' era Don Giovannino, un bravo prete che ci faceva ripetizione dilatino e di greco.
Il labbro superiore era spaccato a metà, ed il sangue ne usciva copiosamente. Giosuè non si perse d' animo. Vicino alla fontana, dopo aver arrestato l' emorragia, mi ingiunse di stare assolutamente immobile, e tenne uniti i due lembi del labbro superiore per quasi una mezz' ora. Risultato: il mio  labbro non porta oggi nessun segno di deformazione. Scommetto che un chirurgo non avrebbe fatto meglio!
Carmine, invece, ha contribuito molto alla mia vera maturità. Era veramente un ragazzo molto sensibile, dotato - consentitemi la definizione personale - di uno spiccato "romanticismo moderno". Ad esempio, era famoso tra noi amici per il suo modo caratteristico di ballare: lui iniziava a ballare da una mattonella del pavimento, e non si spostava dalla  quella mattonella per tutta la durata del ballo, e due particolari colpivano  l' attenzione dei presenti: il lieve dondolare del capo leggermente rivolto in alto, e la postura della sua mano sinistra che Carmine, stringendo  la destra della ragazza, teneva ripiegata sul suo omero sinistro. Aveva poi una particolarissima sensibilità e conoscenza della musica americana, specie di quella slow. Ricordo che una volta gli chiesi di dirmi le parole di una canzone allora a me  poco nota ( the great pretender (il grande bugiardo) - YouTube), che però lui canticchiava spesso tra se e se. Mi rispose dicendomi di  non sapere le parole, ma che però gli piaceva il senso ... Poi ho capito il perchè: era innamorato  di una ragazza, certamente interessata a Carmine, ma succube dei genitori ... Io poi, molto tempo dopo, sono andato a leggermi il testo, ed ho capito tardi che quel suo fine umorismo e quella sua leggerezza, qualità innate,  gli servivano anche a mascherare le reazioni sentimentali a quelle immancabili delusioni giovanili di cui tutti noi siamo stati involontari preotagonisti..
 

Ho scritto queste cose sopratutto per me, solo per ricordare. Però mi farebbe piacere che  un domani i miei nipoti, e magari anche i nipoti del mio amico Toni, il mitico tuttologo e mio amico virtuale, noto sul Web con il nickname di  tonicopi, potessero leggere da grandi  questo ricordo dei miei amici Giosuè e Carmine. Ai miei nipoti, ed ai nipoti del mio amico Toni,  desidero raccomandare questo: andate con il vostro cuore un pochino oltre la lettura di questo articolo, e ricordate che un amico, un vero amico, come tutti sanno, vale più di qualsiasi tesoro materiale che la vita può offrirci. Ciò che invece  non tutti sanno è che, se il Cielo concede di arrivare avanti negli anni, e si è trascurata l' amicizia ed il culto dell' amicizia, allora c' è ben poco da ricordare, e senza ricordi la vita è senz' altro più triste.

Nonno Zef 

 








 

 

 

 

 

 

 

 

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